


Ringrazio moltissimo i pochi ma preziosi commentatori del precedente post. Come immaginavo e come potete verificare il giochino di ruoli ha funzionato! E non immaginate quanto sono contento. E ora, come spesso accade, sono illuminato da nuove letture che aprono le mie modeste immagini a sensibilità nuove e realtà interpretative davvero interessanti e che ovviamente non sospettavo, e che trovo altrettanto ovviamente condivisibili e legittime come del resto postulato. Come promesso vado adesso a precisare i contesti di produzione e diffusione delle tre immagini in precedenza pubblicate. Le foto fanno parte della seconda serie di un progetto, Still(s) Around, di cui ho già parlato nel precedente post dedicato alla fotografia istantanea (Nuova forza all'istantanea: il digitale e la pratica "in between"). Si tratta di immagini selezionate con cura dopo un massiccia attività di accumulo di cui ho già spiegato le complesse e folli dinamiche. Sono immagini diaristiche che, scattate in modo quasi automatico, con una compatta digitale, raccolgono tracce di avventure notturne fra feste, concerti e locali della città. Le tre fotografie sono state esposte per la prima volta con la formula del dittico in una collettiva Deaphoto 4X4 / Quattro Fotografi per Quattro Giorni con il titolo Corrispondences (2007) (appunto una nuova serie del ciclo Still(s)Around). L’accumulo ha preceduto di fatto la nascita del Progetto (insomma è stata scritta prima la musica e poi le parole…) per cui di fatto al momento degli scatti non c’era proprio nessuna intenzionalità progettuale o artistica (anche se questa parola non mi garba) se non quella semiconscia, giustamente individuata da Sara (che mi conosce bene!) del “riconoscimento”, e della testimonianza più personale. I miei compagni e compagne notturni (molti dei quali loro stessi fotografi) che mi hanno visto fotografare e che spesso erano loro stessi in azione, sanno che tutto funziona o non funziona entrando o uscendo dal mood della serata. L’”attivismo contemplativo” di questa pratica lascia poco spazio alla riflessione e alle intenzionalità, ma molto all’indice della mano destra che comanda il pulsante di scatto, che ha spesso la meglio (in termini di velocità) su occhio e pensiero. Venendo allo specifico delle immagini la Strobolight sul soffitto è stata esposta in dittico con la chiazza sul pavimento rosso (ho volutamente messo nel post precedente il divano bianco in mezzo per complicarvi la storia). I due scatti sono stati ripresi nello stesso luogo (uno di quei cascinali di campagna che affittano per le feste) la Strobo era in piena azione e ho voluto fotografarla puntando la macchina in alto. La macchia sul pavimento era proprio sotto. E pure a lei non ho potuto resistere. Ma su cosa poi potessero significare sinceramente quando ho scattato non mi sono minimamente interrogato. Solo dopo e soprattutto adesso, dopo le vostre letture, ho partorito qualche idea e ho tessuto collegamenti. La foto della Strobo che giustamente a Fulvio ricorda lo stile del giovane Stephen Shore a me ricorda The Red Ceiling di Egglestone. Ma chi dei due ha ragione? La macchia sul pavimento che per alcuni richiama giustamente un'isola è per altri una macchia epidermica, per me invece è una cellula, qualcosa di caldo (il rosso del colore) di vivo e di organico (anche se oggettivamente non lo è) che si contrappone nel dittico al verde del soffitto e alla fredda luce sincopata. Ma questo lo penso solo adesso che lo scrivo... Il divano bianco a petali ripreso dall’alto l’ho esposto in dittico con una mano sempre ripresa dall’alto, anche queste immagini sono state riprese nella stessa serata e nello stesso luogo (un locale per concerti) e la corrispondenza è puramente numerico-compositiva… ma i significati? Boh sincerante non saprei dire, mi sfuggono, anzi chiedo di nuovo a voi di aiutarmi. Forse nuovamente una contrapposizione caldo/freddo organico/inorganico (la butto li…). Pare così, tutto sommato, che in fotografia le intenzioni autoriali siano meno importanti delle interpretazioni critiche, anche se naturalmente penso sia fondamentale per chi si occupa di critica fotografica conoscerle (almento quando esse siano dichiarate), ma soprattutto cercare di conoscere i fondamentali contesti di produzione e diffusione delle opere. In ogni caso, sempre, nuove letture delle immagini cambiano il modo di vedere le cose, così come le nuove fotografie il modo con cui osserviamo le altre. Direi quindi che interpretare le proprie immagini è soprattutto quelle degli altri sia uno degli esercizi migliori e anche più divertenti per imparare a guardare in modo diverso ed arricchire così la propria visione e il proprio pensiero.



