domenica 25 ottobre 2009

Alla faccia del Ritratto: relazioni mediate e teatrali intimità


Se la fotografia è, come penso, strumento di relazione e conoscenza, credo che il Ritratto ne costituisca in un certo senso la sua essenza. Del resto una della sue prime applicazioni (anche commerciali) nella sua Storia è legata alla nascita (o meglio sarebbe dire alla trasformazione) degli Atelier fotografici di Ritratto. Con il ritratto al Dagherrotipo la borghesia (industriale e commerciale) degli anni ‘40 dell’800 può celebrarsi e autorappresentarsi, con quello al collodio degli anni ‘50-‘80, sempre dell’800, tutti o quasi possono avere il loro ritratto da esporre in cornice nel “salotto buono”. Col Novecento (le pellicole alla gelatina d’argento e gli apparecchi portatili) sempre più persone possono fotografare i loro cari e costruire i propri album di ricordi. Oggi, che con il digitale tutti sono fotografi e gli album sono spesso pubblicati sui Blog o nei Social Network, il ritratto fotografico continua ancora a celebrare e a rinsaldare coesione familiare e identità personale in un processo di continua democratizzazione della rappresentatività per immagine. Ma il ritratto fa ancora di più, sostituisce l’assente, celebra il defunto, stimola il desiderio di amore, gloria, eternità. Che si costruisca nella maschera della posa, o si improvvisi nel gesto dell’istantanea, è anche capace di giocare o trasformare la propria e l’altrui identità. Finzione e rivelazione: anche il Ritratto come la fotografia tutta, pare oscillare fra questi due poli. E se la psicologia gli appartiene (con le dinamiche di proiezione e interpretazione che nascono spontaneamente nella triangolazione fotografo-modello-fruitore) gli appartiene anche la sociologia, l’antropologia e perché no l’arte, soprattutto quella popolare degli artisti di strada (ah il misterioso fascino dei fotografi ambulanti!). Ecco perché i grandi ritrattisti come diceva Barthes sono grandi etnografi. Perché sono anche psicologi, sociologi, e “saltimbanchi”... Il fotografo ritrattista infatti si relaziona e si confronta non solo con una o più persone, ma con una società, una cultura visiva e un immaginario popolare e con tutti i modelli (pittorici e fotografici, filmici) che ha conosciuto e ha imparato ad utilizzare. Per questo oltre alla tecnica è importante la cultura visiva (la Storia della Fotografia, il Cinema, tutta l'Arte Visiva). Chi ha visto di più vede meglio! Almeno questo è quello che ho imparato dai Maestri e anche dalla mia esperienza di Docente con Deaphoto al Corso di Ritratto in Studio. Come diceva Bacon (grande pittore ritrattista) la tela all’inizio non è mai bianca. E anche la pellicola o il ccd a guardar bene potrebbero non esserlo. Buoni ritratti a tutti!

Il mio ritratto a commento di questo Articolo è tratto dalla Serie Photobox /Il coraggio di giocare con la propria identità. Un progetto fotografico a cura di Sandro Bini e Francesca Ronconi, realizzato dai Fotografi del Deaphoto Staff, nell'Ottobre 2009, nell'ambito del Progetto Artistico Private Flat #5.

lunedì 14 settembre 2009

Settembre: pentole e buoni propositi fotografici

Sandro Bini > Opendoorrivisited / Omaggio a H. Fox Talbot (Novembre 2008)

Con Settembre, la fine delle vacanze e l’inizio di una nuova stagione lavorativa o di studio, è tempo di buoni propositi, che poi spesso sappiamo dove vanno a finire… Fra questi le iscrizioni in palestra, per rimanere o rimettersi in forma, o l’iscrizione a qualche Corso Serale per sopravvivere alla noia delle lunghe sere invernali. Qualcuno penserà anche a un Corso di Fotografia. Perché no? Chi non ha una fotocamera digitale oggidì? Io con la mia attività di Docente ovviamente ne incontro tanti, pieni di buoni propositi, e di attrezzature. Ma perché fare un Corso di fotografia? Per gli aspetti tecnici? Per il fascino delle attrezzature? Per socializzare? O per cosa altro… Io direi soprattutto per imparare a vedere e a relazionarsi, per imparare a raccontare e a raccontarsi per immagini, e per usare la fotografia come strumento di cultura e conoscenza umana. Sono tre i consigli per i neofiti di questa “disciplina”: tanta pazienza, lavoro e molta umiltà. La fotografia vera si comincia a conoscere non in qualche mese, ma in qualche anno, ed è solo frequentandola a lungo che si inizia ad orizzontarsi e a rendersi conto di che razza di potenziale grimaldello culturale e sociale possa essere una fotocamera, capace di aprire panorami culturali (dalla filosofia alla psicologia, dalla antropologia alla sociologia, dalla storia dell’arte al cinema, alla letteratura ecc.) e in grado tessere relazioni sociali fonte di crescita umana. La tecnica è importante ma si impara velocemente, basta applicarsi e rimanere aggiornati, quello per cui occorre tempo, metodo e costanza è saper vedere fotograficamente, farsi una cultura visiva, elaborare un proprio stile originale e imparare a relazionarsi col mondo e con gli altri impugnando una fotocamera. E’ quello che tentiamo di far capire con Deaphoto : far emergere la passione per la fotografia e ridimensionare quella per le macchine fotografiche, stornare l’attenzione dalle novità tecnologiche a quelle del linguaggio e della cultura fotografica, dai problemi del pixel a quelli della narrazione e della rappresentazione visiva, dalle tematiche della fotografia come oggetto d’arte a quelle della fotografia come metafora delle dinamiche sociali e culturali in atto. Per chiudere a mo’ di morale una piccola storia. Una sera un fotografo viene invitato a cena, la padrona di casa dopo aver visto le sue fotografie esclama: “Belle queste fotografie! Deve avere una gran macchina fotografica!”. Il fotografo rimane in silenzio e abbozza, ma al momento di salutarla a fine serata si congeda da lei in questo modo: “Grazie Signora. Buonissima cena! Deve avere sicuramente delle bellissime pentole”. Alla prossima!

martedì 21 luglio 2009

Tutti al mare: strategie ironico-negative per sfuggire allo stereotipo della foto di vacanza



Con le ferie estive tutti rispolveriamo le nostre attrezzature fotografiche. E tutti realizziamo le fotografie delle nostre vacanze. Il problema dello stereotipo formale della fotografia di vacanza (per altro verso antropologicamente assai interessante) sta nel fatto stesso di essere in vacanza ed è quasi praticamente impossibile sfuggirvi, anche per i fotografi culturalmente più preparati. Mi spiego meglio: indossati gli abiti del vacanziere europeo modelliamo su quella esperienza la nostra visione, con pochissime vie di scampo, al di là delle capacità fotografiche di ciascuno. Ho vissuto a più volte sulla mia pelle questo tipo di strees e delusione al ritorno da un viaggio e vi parlo quindi con cognizione di causa e ho tentato nel tempo differenti strategie di fuga. La migliore? Non andare in vacanza e fotografare le città semivuote… Ma a parte gli scherzi, per non essere così drastici e autolesionisti (un po' di meritato riposo perbacco!), ho provato anche un tirocinio tutto in negativo elaborando alcune strategie operative che vorrei raccontarvi . La prima: non pensare di essere in vacanza ma in viaggio fotografico, insomma come se vi fosse assegnato un incarico da qualche Agenzia, e strutturare quindi la vacanza come fosse un lavoro su commissione. Ma se è un lavoro allora che vacanza è?! E poi, si sa, le bugie hanno le gambe corte e si finisce ugualmente a fotografare i tramonti sul mare e la fidanzata davanti al monumento di turno. Seconda strategia, al limite dello stoicismo: cercare programmaticamente di non fare gli scatti che abitualmente da turisti saremmo tentati di fare. Mica facile resistere! E dove sta il limite? E poi in che modo? Ho tentato con due diverse tattiche. La prima, cercando di costruire un diario visivo molto intimo e personale trascurando in maniera metodica tutto il“fotograficamente corretto” e il turisticamente passabile, (sul modello di “American Surfaces” di Stephen Shore ). Ma chi non amasse fotografare cessi e tavoli sporchi di autogrill e dormire in alberghi di quart’ordine? Rimane la tattica alternativa: fotografare gli altri turisti, coloro dalla cui visione stereotipata vorremmo allontanarci, sul modello del mitico Martin Parr, che in “Small World” (il suo libro dedicato al Turismo) arriva addirittura a costruire consapevolmente immagini streotipate sul modello turistico e con gli “errori” tecnici e compositivi tipici della fotografia familiare. Ma siete proprio sicuri di volerlo fare? Rischierete psicologicamente di brutto vedendo “da fuori” tutto ciò di cui fate parte! E tornando a casa forse non sareste più gli stessi. Mah! L’ultima terza e risolutiva opzione è la più dolorosa per i fanatici dell’obbiettivo: lasciate la vostra macchina fotografica a casa e spassatevela! Tanto vi rimane ancora quella sul cellulare per cedere alle lusinghe turistico-fotografiche con minori sensi di colpa (pare infatti che quest’ultimo sia direttamente proporzionale alla quantità di tecnologia utlizzata per fotografare le proprie vacanze e anche su questo ci sarebbe da indagare...). Le due immagini inedite a commento di questo post sono estratte dalle cartelle delle mie ultime due vacanze estive in Sicilia nel 2007 e in Scozia nel 2008 e vogliono essere un contributo visivo alle strategie ironiche elencate. Buone Vacanze a tutti!

domenica 21 giugno 2009

Darwinismo fotografico: eclettismo stilistico e percorsi obbligati

Nell’evoluzione stilistica di molti fotografi contemporanei che si interessano del territorio e del sociale noto una significativa costante che voglio chiamare dal nome di un suo illustre esponente “costante Meyerowitz”. Si parte “leggeri” equipaggiati di Reflex o Leica e si finisce dietro al panno nero del banco ottico. Del resto in altri settori fotografici di ricerca e fashion il passaggio obbligato pare essere quello dalla fotografia al video. Ma su questo tema, altrettanto interessante, indagheremo magari un’altra volta. Restando al tema in oggetto in questo intervento, mi sono spesso interrogato e ho chiesto ai colleghi i motivi di questo fatale passaggio. Alcuni mi hanno risposto in maniera ironica ma sincera che forse si tratta solo di motivi di età (“effetto età”), non si hanno più le motivazioni e le energie per rincorrere da vicino i propri soggetti, meglio osservarli da lontano, e da una fotografia d’azione dietro il piccolo mirino di una handcamera e ci si ritira dietro il grande vetro smerigliato del banco ottico sposando una visione contemplativa forse più congeniale ad una età più matura e saggia. Questa motivazione ovviamente può essere più che valida e rispettabile, ma c’è un tarlo che mi rode e che mi induce scavare. Qualcuno potrebbe parlare di “moda”, io preferisco chiamarlo “effetto Gursky ”. Si sa infatti che un’altra costante dello sviluppo nella carriera di un fotografo di successo nel panorama fotografico contemporaneo sia quello di partire dalle Agenzie e dalla Riviste per approdare alle Gallerie d’Arte (percorso più che invidiabile e rispettabile) ma si sa che bene o male, almeno ad oggi, queste ultime prediligono per motivi di mercato, sull’esempio del grande fotografo tedesco (almeno per questo tipo di fotografia), la supernitidezza e il Grande Formato di stampa. Che sia questa un’altra motivazione del fatale passaggio? Ma voglio andare oltre e scavare ancora più a fondo. C’è, secondo il modesto parere di chi scrive, pure un'altra questione importante che chiamerò “effetto nostalgia delle origini”: ovvero la tendenza, nella carriera di molti fotografi, anche importanti, all’archeologia dello sguardo fotografico: al recupero della visione e se vogliamo della attrezzatura delle origini (anche se ormai infatti i banchi ottici di oggi sono ben equipaggiati da costosi dorsi digitali, il funzionamento fondamentale della view-camera è ancora infatti sostanzialmente quello di una volta). Insomma il motivo letterario del ritorno sembra valere anche per la Fotografia e per i fotografi. Questi sostanzialmente mi paiono insomma i tre motivi principali di questa sorta di passaggio stilistico obbligato: "effetto età","effetto Gursky", "effetto nostalgia delle origini". Ma è possibile sfuggire dalla costante evolutiva di questo darwinismo fotografico? Mantenere un eclettismo stilistico e un approccio sperimentale anche in età matura? Si può passare con disinvoltura dal Banco alla Leica, dalla street al paesaggio, al rtiratto e dal bianconero al colore? Penso, ma soprattutto mi auguro di si, nella speranza che “il modello Walker Evans” (che passava tranquillamente dal banco ottico alla macchina nascosta sotto il cappotto nella metro di New York e che ultrasettantenne impazziva per la Polaroid a colori) possa ancor oggi funzionare come funziona ad esempio (al di là della bontà dei risultati o meno) anche nel mio modesto lavoro di fotografo, che al rischio della schizofrenia stilistica e tecnica passa con disinvoltura da un tipo di fotografia ad un altro, e da una apparecchiatura ad un altra e conosce evoluzioni stilistiche molto eclettiche e ben poco lineari. Ma forse questo è solo un modo per non annoiarsi e per sentirsi ancora giovani…. E allora più che agli storici o i critici della fotografia meglio sarebbe rivolgersi a un buon psicologo.

Le mie tre immagini a commento di questo post sono tratte da:
"I Confini della Città" (dal 2001) www.deaphoto.it/biniconfini1.htm
"Nightportraits" (2007) www.deaphoto.it/nightportraits.htm
"Streetflo" (2009) www.deaphoto.it/streetflo.htm

venerdì 22 maggio 2009

Quelli della notte: il fascino surreale della street notturna

Il primo fu Brassaï con il suo celebre “Paris de nuit” nel 1932, poi Bill Brandt con “A night in London” nel 1938, che con con i limiti tecnici dell’epoca riuscirono a raccontare in maniera poetica la nightlife di due grandi metropoli come Parigi e Londra. Ancor oggi questi due grandi libri costituiscono i modelli del “genere” nell’ambito di una poetica surrealista che influenza ancor oggi tanta fotografia contemporanea. Il racconto notturno è passato poi in anni molto più recenti, sulla via inziata negli anni '40 da Weegee e del suo "The Naked City" (1948), agli interni alternativi e underground di Nan Goldin (’80) e Wolfgang Tillmans (’90) con una fotografia “dura”, diaristica, generazionale di forte impatto emotivo e sociale tutta coinvolta in una dimensione privata. Ma la notte in città continua a vivere anche fuori, nelle strade: quelle vuote e desolate delle periferie urbane e quelle piene di vita e di folla delle notti estive intorno ai locali del centro. Personalmente il pensiero di fotografare la città di notte con un approccio "street", si lega ancora una volta alla mia esperienza professionale con Deaphoto, grazie ai Mondiali di calcio del 2006, che mi hanno suggerito l’idea di organizzare, proprio in quei giorni, un Corso di Night Street Photography che raccontasse la nightlife intorno ai locali estivi ed ai maxischermi dove si radunava la gente per seguire le partite. E' stato quello per me forse il modo migliore affinché la tradizione street tornasse a confrontarsi con uno scenario notturno non troppo indagato (escluso gli illustri esempi prima citati). Il percorso è poi continuato, negli anni successivi, concentrandosi sempre sugli itinerari estivi della movida fiorentina, ma lasciando piena libertà agli studenti nella costruzione del proprio racconto notturno. In questa esperienza - come docente e come fotografo - ho potuto notare, come al di là di alcuni denominatori comuni nell’approccio street, sitli e tecniche si adattino al nuovo scenario, lasciando ampi margini di possibilità, tecniche ,creative ed interpretative, in cui movimento, cromatismo, giochi di luce, contribuiscono alla definizione di una visione personale indicativa del proprio modo di vivere e sentire la notte in città. Le mie due immagini che accompagnano questo post sono due inediti realizzati durante le Esercitazioni del Corso di Nigth Street Photography 2007-2008. La Galleria Immagini della Mostra finale del Corso può essere visionata al seguente link: Nightlife in Florence 3 .

venerdì 24 aprile 2009

Solo per iniziati: il battesimo dell’iposolfito di sodio


Mi resta difficile immaginare come tanti giovani nati negli anni 90 possono non aver mai adoperato una pellicola, eppure penso che ormai oggi sia giusto e normale. Ancora più strano mi sembra che tanti giovani fotografi anche professionisti, magari espertissimi di “camera chiara” (photoshop & c) non siano mai entrati in una Camera Oscura. Che strana razza di fotografi saranno senza il “battesimo dell’iposolfito” e la puzza dei chimici nelle dita? Tutto ciò ovviamente non vuol essere un giudizio di valore ne tanto meno una nostalgia reazionaria. Ma solo un invito, per chi possa averne l’opportunità (ancora qualche “fanatico” come il sottoscritto è disponibile a insegnare i “segreti” della darkroom) a provare il brivido dell’immagine bianconero che emerge nella vaschetta del rivelatore. Non tanto per motivi professionali (ormai chi sviluppa e stampa da solo il bianconero appartiene a una razza che il wwf farebbe bene a proteggere) ma per motivi oserei dire filosofici e iniziatici. Fino a non molto tempo fa infatti, molto spesso, la differenza non solo tecnica fra i fotografi la faceva l’esperienza della camera oscura (come oggi del resto la fa la conoscenza dei programmi di fotoritocco) e il fatto di sviluppare e stampare i propri negativi rappresentava un discrimine di “casta” e un privilegio indiscusso. Penso insomma, per farla breve, che l’iniziazione alla Camera Oscura tradizionale possa costituire tutt’oggi un’esperienza emotiva e formativa fondamentale per un fotografo, un salutare e fondamentale ritorno alle origini della fotografia, nella sua fase chimico-alchemica, una sorta di iniziazione al mistero della luce che si fa immagine che mi sembra ancora essenziale per chi vuol fare oggi fotografia. Nei suoi approcci fotorealistici infatti la postproduzione digitale con i software di fotoritocco altro non fa che riprodurre sul monitor le tecniche della darkroom classica (in maniera assolutamente piu veloce e accurata, in piena luce e senza la puzza degli “acidi”) ma lasciatemi dire che il "battesimo dell’iposolfito" lascia un odore piu forte sia sulla pelle che nell’anima. Provare per credere! L'immagine a commento di questo post è tratta dalla mia serie "Lo Schermo dell' Ombra" (1995-1998). Stampa alla gelatina d'argento cm 30 x40. Una selzione della serie al seguente link: http://www.deaphoto.it/binischermo1.htm

mercoledì 18 marzo 2009

Notturni urbani: il brivido lungo e misterioso della notte in città


Risale al 2004, a cinque anni fa quindi, la mia prima esperienza di docenza con Deaphoto al Corso di Fotografia Notturna del Territorio Urbano. L’esperienza didattica, che nasceva da un naturale sviluppo del mio studio e del mio progetto fotografico sulla città, trovava illustri modelli nella storia della fotografia, da Stieglitz a Brassai, e nella più recente scuola italiana di Paesaggio degli anni 80-90 (Luigi Ghirri, Olivo Barbieri ecc). Un passaggio quindi logico dall’analisi architettonica e sociale delle configurazioni urbane, riprese in piena luce naturale, alle evocative gerarchie luminose della fotografia notturna, che trasfigurano il tempo e lo spazio nella dimensione poetica ed onirica di una visione incantata. L’esperienza della notte in città ha regalato quindi, a me a miei studenti e collaboratori, stimoli diversi ed emozioni cognitive inaspettate. La lenta e rituale messa a punto della macchina fotografica sul cavalletto, i lunghissimi tempi di esposizione, lo studio delle fonti di luce artificiale, gli spazi bui e luminosi, deserti e silenziosi della notte urbana, ci hanno avvicinato ad una esperienza di contemplazione straniata e straniante, in una dimensione spazio-temporale e luminosa diversa e privilegiata, vicina a quella del sogno o della fiaba, in cui gli stessi scenari del quotidiano mutano di senso per aprirsi al mistero abitato della notte e a rimandi culturali sia visivi (fotografia, cinema, video) che letterari. I “Notturni urbani” sono dunque il frutto di questa esperienza-vissuta di contemplazione e transito, di visione e lettura, ma anche il nome che vorrei affettuosamente dare tutti coloro che, fotografi o meno, non hanno saputo, non sanno o non sapranno resistere al richiamo notturno, al brivido lungo e misterioso della notte in città.

Le due mie fotografie a commento di questo Post fanno parte del Progetto Deaphoto Staff Notturni Urbani, un work in progress iniziato nel 2004 nell'ambito didattico del Corso di Fotografia Notturna del Territorio Urbano; un progetto che mira ad una analisi territoriale complessiva, su zone differenziate, dell'Area Metropolitana Fiorentina, con locations che sono di volta in volta individuate, in base a criteri poetico-topografici: una geografia urbana che privilegia, con la visione notturna, le architetture di luce e le gerarchie sociali degli spazi (dai transiti dei nodi nevralgici agli aspetti più malinconici e desolanti della città diffusa).