Una delle cose positive della odierna smart phone
photography è che la marea delle foto delle vacanze viene diluita in diretta
fra luglio e agosto nel mare dei social e non arriva più tutta insieme come un
devastante tsunami di fine estate. Insomma perde un po' della sua
forza d'urto e volendo ci si può salvare… Una cosa però che forse si sta
perdendo e si perderà sempre più è la socialità reale e conviviale dei salotti settembrini
per farle vedere a parenti e amici, che (con tutte le controindicazioni del caso) era però una bella
scusa per passare una serata in compagnia. Il preambolo, se ancora non si fosse
capito, serve a ribadire il fatto che grazie o per colpa della attuale
tecnologia, la socialità promossa e celebrata dalla “fast photography” telefonica sta
diventando sempre più una socialità virtuale consumata in tempo reale, e chi
non dispone della tecnologia adeguata (smart phone e relativa App di
condivisione) è fuori dal gioco. E’ questo il motivo credo per cui
gli apparecchi digitali compatti e reflex (prima di essere forse del tutto
fagocitati dalla telefonia) si stanno dotando e si doteranno sempre più in
futuro di tecnologie adeguate che diano la possibilità di una condivisione
immediata (dispositivi wi fi e simili) mentre nello stesso tempo la tecnologia
della telefonia mobile raggiungerà
prestazioni sempre più vicine a quelle di un odierno
apparecchio fotografico di media fascia. Chi in futuro, pur senza
arrivare alle forme di resistenza analogico-integralista della “slow
photography” resterà fedele a una fotografia più lenta, scattata con una fotocamera e non con un cellulare o perlomeno non
condivisibile e consumabile in diretta (“late photography”), sarà
irrimediabilmente un click fuori dal coro, condannato ad arrivare sempre fuori
tempo massimo non solo nella celebrazione sociale del rito vacanziero e
familiare ma anche nell’informazione visiva di cronaca e attualità. Il suo ruolo di outsider sarà quello di
ammonire e ricordare, con l’alta probabilità di non essere capito che, come una volta,
forse in futuro saranno importanti le
fotografie che nel tempo abbiamo scelto e curato e che avranno valore e spazio
quelle che, sempre nel tempo, resteranno vive nella nostra memoria e non saranno dimenticate per sempre nel mare della rete.
lunedì 2 settembre 2013
giovedì 11 aprile 2013
Dall’informazione all’intrattenimento: le ingenue domande sugli sviluppi di una professione.
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| Sandro Bini, img 7226, Marzo 2013 |
Le recenti polemiche nate e sviluppatesi
intorno ai Premi di fotogiornalismo, in cui non mi voglio impantanare, mi fanno
riflettere stavolta sugli sviluppi di una professione forse in crisi, sicuramente in rapidissima
trasformazione, nonché venir la voglia di interrogare tutti i mei lettori, e in
particolar modo quelli più attenti e navigati sulle questioni legate al
fotogiornalismo ai quali chiederei il
favore di rispondere in modo altrettanto semplice e chiaro ad alcune "ingenue"
domande:
1) Per vincere i premi di fotogiornalismo occorre essere fotogiornalisti più o meno accreditati e aver pubblicato i propri lavori in un organo di informazione? Si? No? E se no come mai? E perché? Ovvero (è di fatto la stessa domanda): come fotografi si è lavorato per vendere un servizio e dare una notizia o un approfondimento su un tema o solo per partecipare a un concorso nella speranza di vincere un premio?
2) Se il reportage è "un racconto per immagini", ha senso nei Concorsi di fotogiornalismo premiare un singolo scatto?
3) Un servizio su un evento minore e/o non di attualità può legittimamente aspirare a un premio? Oppure no? E se no come mai? E perché?
4) Infine si partecipa a un premio per consacrarsi o si gareggia per entrare nel "giro"? Ovvero il premio consolida una professione già avviata o di fatto rappresenta l’unico modo per un giovane fotografo di entrare nel mercato?
Finite le domande, passiamo oltre, alla
riflessione generale che vorrei fosse altrettanto chiara. Mi sembra
che oggi la professione di fotoreporter sia in un ripido declivio: quello del
passaggio dall’informazione (leggi editoria) a quello dell’intrattenimento
(leggi premi e festival connessi). Niente di male, ma il fotoreporter da testimone-informatore rischia di diventare (qualcuno glielo devo pur dire) intrattenitore turistico-culturale o addirittura un Artista con tutti i diritti, in quest’ultimo caso,
di photoshoppare come e quanto gli pare. Sarebbe utile però che si incomiciasse a dirlo e in questa rinnovata veste, almeno alcuni, incominciassero a presentarsi a pubblico e critica.
martedì 15 gennaio 2013
Analogic born e Digital native: quale differenza?
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| ph Sandro Bini - Love frames - Parigi 2001 |
Se il dibattito non solo teorico sulla
fotografia ruota ormai da quasi un decennio sulla vera o falsa che sia
rivoluzione digitale, che ha portato in ogni caso notevoli conseguenze su
comportamenti fotografici e pratiche sociali, questa volta voglio
interrogarmi e interrogare i miei lettori per cercare di capire quale sia la
differenza (profonda e non solo di superficie) fra un Analogic born e un Digital native: ovvero fra chi come me è nato fotograficamente in era analogica
e ha patito più o meno il passaggio al digitale e chi come molti giovani nati
negli anni Novanta è cresciuto fotograficamente in era digitale e non ha conosciuto
se non marginalmente rullini, laboratori, sviluppi e stampe dove guardare le
fotografie scattate per la prima volta. Che differenza c’è insomma fra un madrelingua
digitale e un digitale acquisito? Chi meglio se la cava con pixel menu e
software e chi comprende meglio la natura del fotografico? E se un Digital
native ritorna all’analogico? Come se la cava? Questo ritorno ha un influenza
sulla sua visione e la sua pratica anche quando fotografa in digitale? Ci sono
in rete gruppi di analogici integralisti e digitali convinti, e tutti con
ottime motivazioni (etiche, estetiche ed economiche) a difesa della loro scelta.
A me piace collocarmi e difendere invece una posizione intermedia, diciamo
crossover, che utilizza e pratica, a seconda dei casi e senza particolare
enfasi o sgomento, le due tecnologie per adesso ancora disponibili sul mercato. Mi viene
in mente subito, come spesso mi capita, il paragone con il panorama musicale, dove la
rivoluzione digitale è avvenuta con qualche decennio d’anticipo, ma dove
esistono tuttoggi strumenti analogici e strumenti digitali e musicisti che
preferiscono gli uni o gli altri o che invece sperimentano contaminando le tipologie
dei suoni. Ma tornando alla domanda principale (Quale la differenza fra un Analogic born e un Digital native?), a parte aimè l’età, credo che stia sopratutto nella
faticosa resistenza di atteggiamento forse più attento e responsabilizzato
verso lo scatto e ad un piacere della
dilazione e della “latenza” dell'immagine più allenata perché più o meno a lungo coltivata:
un approccio maggiormente “desiderante” che non si accontenta ancora del
riconoscimento immediato (I like) ma ne ricerca forse, ancora non si sa per
quanto, uno più duraturo nel tempo (I love).
domenica 30 settembre 2012
Dalla “fotografia diretta” alla “fotografia in diretta”: excursus per un dibattito sul “mondo fatto immagine”.
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| ph Sandro Bini, Live photography (Firenze 2010) |
Negli anni Venti e Trenta del Novecento negli
Stati Uniti e in Europa emerge e si consolida una concezione di fotografica che
con l’avvento della società industriale prende decisamente le distanze dal
pittorialismo impressionistico che aveva contraddistinto la parziale e faticosa emancipazione della fotografia come arte nei decenni precedenti, e che nella
difesa di una presunta specificità e autonomia del mezzo credeva in un utilizzo
puro (ottico, chimico e meccanico) dei propri strumenti di lavoro. Questa
evoluzione “modernista” del linguaggio fotografico, accompagnata da un
rinnovamento nei temi e nei motivi di ricerca e da un “eroismo della visione”
che assunse forme e nomi diversi (“straight photography” in America, “new
vision” e "neue sachlicheit" in Europa), fu accompagnata in quegli anni da una
importante riflessione teorica sul mezzo fotografico (Benjamin su tutti) e da
una interessante sperimentazione in ambito artistico da parte dei movimenti
delle avanguardie storiche (futurismo, dadaismo, surrealismo), nonché da una
applicazione pratica e funzionale nella fotografia industriale e pubblicitaria
(Bauhaus) e nella informazione (con la nascita del fotogiornalismo) che la
portarono a piena maturazione. La “visione diretta” si consolidò e si diffuse
nei decenni successivi, almeno fino agli anni Sessanta, quando nuovi sviluppi
storici (economici, politici, sociali, culturali) e mediali (l’avvento della TV) ne segnarono una irreversibile crisi di fiducia e di
identità. All’eroismo oggettivo della visione fece seguito da un lato una
visione “debole” e sempre piu soggettivizzata, che dubita apertamente della
verità dell’immagine (passibile ad ogni tipo di strumentalizzazione politica ed
ideologica) od una visione completamente automatizzata e/o concettualizzata che
rinuncia provocatoriamente, politicamente, ad ogni forma di sguardo e
formalismo autoriale, affidando al solo meccanismo ottico-chimico, o al recupero
colto degli usi popolari e commerciali, il compito di svelarne “sovrastrutture
ideologiche” e “inconsci sociali”. Non sto per motivi di tempo ad approfondire
questi interessanti sviluppi di una crisi che ha visto impegnati numerosi
correnti, artisti e pensatori, e che ha dato notevoli risultati sia in termini
artistici che di riflessione teorica, in
quanto quello che sopratutto mi preme sottolineare è come oggi, negli anni
Dieci del Nuovo Millennio, contraddistinti da Internet e da una massiccia informatizzazione e
medializzazione del reale, la
“fotografia diretta” (quella estetica tecnologica utopistica e fiduciosa nei
poteri rinnovatori e di testimonianza del mezzo nata negli anni Venti e
consolidatasi fino agli anni Cinquanta del Novecento con il boom del suo utilizzo
editoriale) si è ormai trasformata nel nuovo realismo digitale di massa della
fotografia “in diretta”, realizzata e vista da tutti globalmente e in tempo
reale sugli schermi (grandi o piccoli) che catalizzano ormai costantemente il
nostro tempo e il nostro sguardo (dai display delle foto e videocamere digitali
alle pagine web dei socialnetwork e delle testate web giornalistiche). Grazie
alla diffusione democratica e capillare dell’immagine digitale tramite i
telefonini e il web la visione diretta (straight) della fotografia analogica, che
(pur sempre mediata da un apparato tecnologico) aveva come approdo quello
temporalmente differito della stampa
(quotidiani, riviste, album fotografici), si fa sempre piu “in diretta” nel
duplice senso di “live”, ovvero medializzata e socializzata in tempo reale
(l’immagine che istantaneamente appare su uno schermo e può essere facilmente
condivisa fra i presenti e comunicata in rete in tempi sempre più rapidi) e di una visione che
ossessivamente e istantaneamente si trasforma in immagine senza bisogno di
nessuna gestazione o attesa, creando immediatamente uno schermo di pixel, non
solo fra noi e quella che per comodità continuiamo a chiamare realtà, ma anche
(almeno in parte) fra noi e l’immagine mentale di come potrebbe essere la foto
che abbiamo appena scattato (perdita della latenza). Ecco sono soprattutto le
conseguenze (antropologiche, culturali, economiche e sociali) di questa trasformazione che
sarebbero utili da indagare e che dovrebbero costituire a mio modesto parere
l’interesse specifico di tutti coloro che si interessano in vario modo e a
vario titolo alla questione del “mondo fatto immagine”, a maggior ragione dei
fotografi che oggi, in questo mondo, rischiano ormai di vedere superficialmente
solo immagini-icone, e non piu fatti, persone e cose con una loro ragione, una
loro vita e una loro storia.
martedì 12 giugno 2012
Schermografi: piccola riflessione su un mutamento antropologico in atto.
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| Ph Sandro Bini - Lo schermo dell'ombra (1995-1998) |
Fra i mutamenti introdotti dalla vera o falsa
che sia “rivoluzione digitale” la trasformazione del fotografo in
“schermografo”: più che un esperto di schermi uno che ci sta parecchio davanti!
Prima e soprattutto dopo lo scatto.
Qualcuno di noi, più avanti con gli anni, rimpiange forse il
bel tempo in cui il fotografo una volta finito il rullo, si presentava in
laboratorio e se ne tornava a casa o al proprio lavoro con la speranza
dell’attesa. Oppure entrava speranzoso in una camera oscura per sviluppare e
stampare il rullo. Oggi l’incubazione è
finita, la gestazione annullata, il parto avviene in diretta, in tempo reale,
nel display della fotocamera. Non mi interessa di parlare dei pro e contro, o
rivendicare il romanticismo dell’attesa rispetto alla velocità e alla
funzionalità dell’immagine in diretta, quanto constatare il fatto, piuttosto
evidente, che il tempo trascorso davanti allo schermo stia diventando per quasi
tutti noi (fotografi compresi) maggiore di quello passato ad osservare direttamente il "reale" e stia trasformando tutti (non solo i fotografi) in “schermografi”.
Quali effetti ha avuto è avrà in futuro questa mutazione antropologica nella pratica e nella visione
fotografica? Rivedere le fotografie su schermo è la stessa cosa
di vederle stampate su carta? E inquadrare in un display o in un mirino
elettronico è la stessa cosa che vedere le immagini sul vetro smerigliato?
Saremo ancora capaci fra mille anni di leggere le fotografie stampate su carta?
E la realtà stessa (se ancora esiste) non si starà trasformando anch’essa in un
grande schermo che ci avvolge e ci impedisce di vedere? Un po’ per dispetto l’immagine
che introduce questo post è una scansione da una stampa analogica ai sali
d’argento, che pare, nonostante tutto, stia tornando pure di moda, ma vi giuro
che non è nostalgia!
sabato 26 maggio 2012
Clubbing Photography: l'esplosione di un genere
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| Ph Sandro Bini - Muv Fest - Firenze 2009 |
L’esplorazione della nightlife ha una grande tradizione nella fotografia del Novecento che inizia negli anni '30 con gli ormai “mitici” lavori di Brassai e Bill Brandt su Parigi e Londra, prosegue con quelli, forse meno conosciuti ma altrettanto "cult”, di Ed Van der Elsken, Christer Stomholm, Peter Andersen (in mostra in questi giorni al Festival della fotografia europea di Reggio Emilia), per arrivare ai contemporanei e pluricelebrati Nan Goldin, Wolfgang Tillmans, Juergen Teller, Terry Richardson. Gli anni 89/90 con l’avvento della cultura e delle tecniche digitali, prima nella musica (house, tecnho, drum & bass) e poi nella produzione delle immagini, provocano una trasformazione sia delle forme del divertimento giovanile sia delle modalità della loro descrizione visiva. Fotografi europei legati al panorama musicale alternativo dei club e dei rave party (come i tedeschi Tillmans e Teller) o all’ambiente americano New Fashion e Clubbing, decisamente più glamour (come Richardson, Testino), ed altre narrazioni più intime e diaristiche (come quelle nate sulla scia del successo del lavoro dell’americana Goldin) segnano i modelli comportamentali, operativi e stilistici del nuovo stile fotografico, che si lega fortemente (nel quadro storico e culturale di una società fortemente mediatica e declinata sul visivo) a modelli alternativi e new fashion: forte coinvolgimento diretto da parte dei fotografi, abbattimento di ogni tipo di distanza sociale e generazionale con i temi e i soggetti delle ricerche, utilizzo di strumentazione low-fi, estetizzazione dell’”errore fotografico”, accettazione consapevole della casualità e ampio ricorso alla tecnologia digitale sia in fase di acquisizione che di postproduzione delle immagini. Dagli anni Duemila, a livello globale, assistiamo infine a un veloce proliferare di questo “genere”. La medializzazione in diretta permessa dalla diffusione di massa della fotografia digitale (inclusa la possibilità di condividere le immagini realizzate con i fotofonini in tempo reale sui socialnetwork) la rendono una pratica sociale compulsiva e sempre più diffusa nella descrizione del diveritmento giovanile, con esiti estetici anche interessanti e possibili “utilizzi” nel reportage sociale. La pratica consapevole e riflessiva del nuovo genere non deve essere infatti sottovaluta dai fotografi impegnati per un’analisi attenta delle forme e dei comportamenti delle nuove abitudini e degli stili di vita delle culture giovanili.
lunedì 30 gennaio 2012
Un uomo solo al mirino: sulla strana solitudine del fotografo.
ph. Sandro Bini - Selfportrait - Firenze 2006
Fotografia pratica sociale, fotografia pratica egoistica, fotografia pratica egotistica. Rifletto in questi giorni sulla contraddittoria condizione psicologica ed esistenziale del fotografo, di cui splendidi ritratti hanno fatto famosi registi (Hitchcock, Antonioni) e narratori (Calvino). Un mestiere sociale condotto il più delle volte in solitudine. Mi riferisco senz’altro alla figura del Fotoreporter. Nella fotografia commerciale, moda e pubblicità, forse le cose sono diverse e il lavoro di equipe una esigenza di produzione, così come la necessità di una troupe si sta rendendo necessaria in tanta staged photography con finalità artistiche. Vero anche che nel Reportage, almeno un tempo, i fotografi lavoravano affiancati da un giornalista, su incarico di un Direttore o Caporedattore, condividendo la vita di Redazione dei Giornali, mentre oggi esigenze di mercato favoriscono i freelance solitari capaci di fornire in economia sia immagini che testi. Ma in ogni caso pure una volta un solo uomo restava incollato con l’occhio al mirino durante mondanità o calamità e accettare questa condizione di solitudine nel proprio lavoro, specialmente in fase ripresa, resta una condizione da metabolizzare in fretta, fin dai primi passi del mestiere. E’ per questo che nel mio lavoro di didatta cerco, anche in maniera forte, di farlo capire agli studenti, alcuni dei quali, invece, preferirebbero farsi accompagnare per strada durante le esercitazioni da un assistente (che magari gli dica cosa e come scattare) o almeno da un compagno di corso (che finisce inevitabilmente per confonderlo e/o distrarlo). La solitudine del fotografo si impone per motivi tecnici, per motivi di concentrazione e soprattutto per motivi di libertà. Anche a livello non professionale, il compagno o la compagna che ti seguono per strada o in viaggio mentre tu fotografi sono un gran bell’impiccio al proprio lavoro. Il fotografo (almeno quando scatta) deve essere libero e la libertà si esercita al meglio in solitudine. Per fortuna il lavoro o la semplice pratica amatoriale offrono anche enormi opportunità sociali e di relazione umana, e l’esigenza psicologica di molti fotografi di alternare momenti di duro lavoro in solitaria (non dimentichiamo lo stress solipsistico dell’editing e della postproduzione) a mondanità folle fa ormai parte della mitologia di un mestiere che fa fatica a resistere ai veloci mutamenti tecnologici e sociali degli ultimi decenni.
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