lunedì 30 gennaio 2012

Un uomo solo al mirino: sulla strana solitudine del fotografo.

                                 ph. Sandro Bini - Selfportrait - Firenze 2006

Fotografia pratica sociale, fotografia pratica egoistica, fotografia pratica egotistica. Rifletto in questi giorni sulla contraddittoria condizione psicologica ed esistenziale del fotografo, di cui splendidi ritratti hanno fatto famosi registi (Hitchcock, Antonioni) e narratori (Calvino). Un mestiere sociale condotto il più delle volte in solitudine. Mi riferisco senz’altro alla figura del Fotoreporter. Nella fotografia commerciale, moda e pubblicità, forse le cose sono diverse e il lavoro di equipe una esigenza di produzione, così come la necessità di una troupe si sta rendendo necessaria in tanta staged photography con finalità artistiche. Vero anche che nel Reportage, almeno un tempo, i fotografi lavoravano affiancati da un giornalista, su incarico di un Direttore o Caporedattore, condividendo la vita di Redazione dei Giornali, mentre oggi esigenze di mercato favoriscono i freelance solitari capaci di fornire in economia sia immagini che testi. Ma in ogni caso pure una volta un solo uomo restava incollato con l’occhio al mirino durante mondanità o calamità e accettare questa condizione di solitudine nel proprio lavoro, specialmente in fase ripresa, resta una condizione da metabolizzare in fretta, fin dai primi passi del mestiere. E’ per questo che nel mio lavoro di didatta cerco, anche in maniera forte, di farlo capire agli studenti, alcuni dei quali, invece, preferirebbero farsi accompagnare per strada durante le esercitazioni da un assistente (che magari gli dica cosa e come scattare) o almeno da un compagno di corso (che finisce inevitabilmente per confonderlo e/o distrarlo). La solitudine del fotografo si impone per motivi tecnici, per motivi di concentrazione e soprattutto per motivi di libertà. Anche a livello non professionale, il compagno o la compagna che ti seguono per strada o in viaggio mentre tu fotografi sono un gran bell’impiccio al proprio lavoro. Il fotografo (almeno quando scatta) deve essere libero e la libertà si esercita al meglio in solitudine. Per fortuna il lavoro o la semplice pratica amatoriale offrono anche enormi opportunità sociali e di relazione umana, e l’esigenza psicologica di molti fotografi di alternare momenti di duro lavoro in solitaria (non dimentichiamo lo stress solipsistico dell’editing e della postproduzione) a mondanità folle fa ormai parte della mitologia di un mestiere che fa fatica a resistere ai veloci mutamenti tecnologici e sociali degli ultimi decenni.

3 commenti:

Alberto Ianiro ha detto...

Il fotografo è un uomo solo!
Il reportagista lo è ancor di più: deve esplorare, capire, indagare, non può e non deve farlo con la zavorra al seguito. Solo così, isolandosi dal proprio entourage, riesce a farlo al meglio. Dice Susan Sontag "Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa" ed ancor più incalzante Margaret Bourke-White "...oltre ad essere fotografo, sei un essere umano un po' speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto".
Mi fermo qui.

Daniele P. ha detto...

una riflessione che condivido, molto ben espressa...forse concretizza al meglio l'immagine che ho sempre avuto del "mio" Fotografo ideale...una figura che nel mio immaginario si è sempre delineata come quella di un acuto osservatore, prettamente solitario nel suo operare...malinconica nel tentativo di comunicare e nell'impossibilità di riuscirci a pieno

Lorenzo Amaduzzi ha detto...

La solitudine ha bisogno di un compagno fedele: il silenzio. Quando s'incontrano - è sempre più raro - restituiscono a chi le possiede, la libertà di vedere non solo tutto il reale possibile, ma pure di sfiorare l'inconoscibile.