lunedì 5 settembre 2011

Ansiolitici e restringenti: "posologia fotografica" ai tempi del digitale e dei socialnetwork

Ph Sandro Bini - Lisa (Firenze - Settembre 2008)
Nel precedente post primaverile evidenziavo gli effetti ansiogeni e lassativi dei socialnetwork sulla pratica fotografica ai tempi del digitale. Per combattere almeno parzialmente questi sintomi (sia in fase di produzione che di condivisione), senza abbandonare una “sana dipendenza dal web” che offre certamente molti vantaggi, suggerisco scherzosamente agli amici fotografi e appassionati alcuni rimedi dello zio:

1) Tornare all’analogico. E’ il più costoso e radicale dei rimedi. La pellicola costa e fa scattare sicuramente di meno. I negativi vanno sviluppati e scansionati per ottenere i files e anche questo è un costo almeno in termini di tempo. Si ottiene un doppio benefico effetto: riduzione drastica della produzione e benefica dilazione dei termini di upload delle immagini, con benefici effetti ansiolitici e restringenti sulla pratica di produzione e condivisione.

2) Aspettare almeno tre giorni (meglio una settimana) prima di scaricare la scheda memoria sull’hard disk del computer: nel frattempo l’effetto ansiogeno da socialnetwork dovrebbe almeno parzialmente attenuarsi e rendere più ponderata la scelta di cosa pubblicare e cosa scartare (anche in questo caso con benefico effetto restringente sul numero delle immagini).

3) Darsi minimo una settimana di tempo (meglio due) per l’editing delle immagini (selezione, ottimizzazione, messa in sequenza), anche in questo caso all'effetto ansiolitico sul tempo si unisce quello restringente sul numero.

4) Infine alcuni suggerimenti pratici sul numero max di foto da postare sui socialnetwork sia a fini sociali e/o promozionali del proprio ego fotografico, senza annoiare il prossimo e tantomeno “bruciare” irrimediabilmente il proprio lavoro.

- Compleanni, vacanze e gite varie: max 3 foto
- Concerti, mostre e altri eventi culturali: max 5 foto
- preview di reportage, mostre, fine art o presunto tale: max 5 foto

Chi avesse altri suggerimenti e pratiche è invitato a postarli in commento. Ma senza prendersi troppo sul serio mi raccomando! Se i sintomi persistono consultare il proprio maestro di fiducia! Alla prossima!

giovedì 19 maggio 2011

Lassativi e ansiogeni: socialnetwork e fotografia

Sandro Bini, Streetgallery, Firenze 2010
Concordo pienamente con chi sostiene che la vera rivoluzione della fotografia digitale sia nella pratica sociale di condivisione on line sui socialnetwork. L’album di famiglia formato web! A questo proposito possiamo parlare di un vero e proprio effetto lassativo dei socialnetwork sulla produzione e condivisione di immagini e non solo a livello fotamatoriale. Mi spiego meglio. Un tempo quando le immagini si potevano solo stampare, sull’album di famiglia, in mostra, o sul libro andavano solo le più importanti, magari a molta distanza di tempo dagli scatti. Adesso ci troviamo a fare i conti con 150 immagini di un concerto postate dall’amica rokkettara o le 100 di una gita al mare della cugina Lina…. Con effetto quotidiano e reiterato molto simile (chi è un po’ più datato se lo ricorderà) alle “memorabili” serate a casa degli amici di visione delle “loro” diapositive al ritorno delle vacanze (sigh!). All’effetto lassativo dei Social network sulla produzione di immagini (la scelta dell’aggettivo è puramente ironico-funzionale, ovviamente non tutto ciò che viene scaricato e condiviso è cacca, anzi si vedono spesso delle ottime cose), aggiungerei anche il loro effetto ansiogeno sulla pratica fotografica. Nella maggioramza dei casi infatti appena scattate le foto vanno immediatamente scaricate e condivise su Facebook o su Flicker ecc, senza darsi il minimo tempo di selezionarle e organizzarle, insomma come il pesce le foto vanno “consumate” fresche. Ma attenzione, a questo trend imperante è subito nata l’alternativa snob ed elitaria: non si posta per niente (la scelta praticata da molti professionisti) o si posta, per motivi puramente "promozionali", solo qualche immagine, magari con un pò di delay. Inutili tentativi di resistenza? I soliti fotografi snob che “se la tirano”? Ma quale strategia di pubblicazione e condivisione on line può incuriosire di più e dare migliori risultati? Nonché garantire migliore qualità alle nostre immagini? Su dai, pensiamoci! Il dibattito è aperto!

mercoledì 13 aprile 2011

C'era una volta un pezzo di carta: la fotografia è davvero morta?

Ph. Sandro Bini, Fo(u)r Sara (2011).
Dicono che con il digitale la fotografia sia morta, al suo posto l’effimero, instabile e incerto regno dell’immagine. E in effetti se per fotografia intendiamo “un pezzo di carta stampata” non se la passa molto bene…. In quanti oggi stampano e incollano su un album le foto delle vacanze? Per non parlare della crisi dell’editoria (quella stampata) sempre più orientata a rivolgersi al Web. Certo, a livello più alto, rimane qualche produzione per le gallerie e i musei, o qualcuno che tiene ancora in salotto la foto incorniciata del giorno del matrimonio, ma rispetto ai milioni di fotografie scattate ogni giorno, scaricate e condivise on line nei socialnetwork in che misera percentuale? Ma davvero la Fotografia si identifica esclusivamente in un pezzo di carta stampata? Non è fotografia l’immagine digitale del compleanno di Luigino postata su Facebook e condivisa coi nostri amici e di cui non faremo mai una stampa? Guardando a ritroso (nella storia della fotografia) mi sa tanto che stia solo cambiando ancora una volta di tecnologia (dall’analogico al digitale) e di supporto (dalla carta d’argento agli schermi) rimanendo sostanzialmente sempre se stessa. Certo la cosa, come sempre e come già ampiamente vediamo e sappiamo non è non e sarà priva di conseguenze per la sua storia e per il suo futuro. E infatti magari oggi la foto in salotto fa luce da una bella cornice digitale. Ma davvero pensiamo che la sua funzione sociale, affettiva, documentaria si sia trasformata in questo passaggio, insomma che non si tratti più di una fotografia ma di qualcos’altro?


martedì 11 gennaio 2011

La Fotografia: un grimaldello sociale, un grimaldello culturale

                               ph. Sandro Bini, Lettera al nuovo decennio (Dicembre 2010)

Se qualcuno mi chiedesse qual'è l'aspetto più interessante e più bello del mio lavoro direi sicuramente che è quello di incontrare luoghi e persone, ma sopratutto di farli incontrare fra loro…

Nel corso degli anni ho sempre più pensato e vissuto la fotografia più che come professione come uno strumento di crescita personale. Mi domando infatti tutto ciò che avrei perso se non l’avessi praticata: visioni, luoghi, letture, incontri, amicizie, amori. Se viviamo la fotografia come tutto questo essa rappresenta davvero come diceva Luigi Ghirri “una straordinaria avventura del pensiero e dello sguardo”.

Ma per me è stata di più: è stata un fantastico grimaldello sociale e culturale, capace di aprire e “forzare” nuove porte, nuove conoscenze, capace di condurre a nuovi proficui “incontri” con fotografie, quadri, libri, film, filosofie, nuove discipline, autori ma soprattutto luoghi e persone.

 La fotografia si fa da soli ma ci porta sempre verso l’”altro”. In questo ulteriore paradosso sta forse parte del suo straordinario appeal. Strumento teraupeutico ideale per i timidi, per chi cerca affannosamente una sua identità differenziata si è dimostrata, nella mia esperienza, anche uno straordinario elemento di aggregazione e partecipazione, insomma un modo per rimanere se stessi senza sentirsi troppo soli.

Buone visioni e buon anno a tutti!


giovedì 9 dicembre 2010

This is not a fiction: ancora uno "strappo nel cielo di carta"


ph Sandro Bini - Box - Sett 2008

Una della maggiori tendenze della fotografia contemporanea è costituita senz’altro dalla Fiction Photography, un tipo di fotografia che mette in scena i propri corpi e i propri scenari per riflettere sul ruolo dell’immagine e sul suo rapporto con la realtà nella cultura e nella società postmoderne. La tendenza, che appartiene al dna del medium fotografico, risale, a partire dai suoi albori (basti pensare all’autoritratto in figura di annegato di Hyppolite Bayard) tutta la sua storia: dal pittorialismo, al modernismo, dal surrealismo alla fotografia di moda, fino alla fiction e staged photography contemporanee. Ma non è mia intenzione ripercorrere una storia di questa linea della cultura fotografica, quanto riflettere piuttosto sul concetto di realtà che si da come rappresentazione, già caro ad alcuni celebri fotografi di ispirazione surrealista (Kertesz, Cartier Bresson e altri) che molti fotografi hanno e sembrano consapevolmente abbracciare. L’otturatore come sipario aperto sullo spettacolo di una realtà contemporanea che, almeno in gran parte del mondo occidentale e non solo, è per molti versi già sceneggiata, già trasformata in “società dello spettacolo”, senza il bisogno di doverla rimettere in scena. Ecco allora che il lavoro del fotografo può somigliare a quello “strappo nel cielo di carta” che nel Teatro di Pirandello rivelava il gioco della finzione e la consapevolezza di farne parte integrante, in maniera lucida e consapevolmente critica. Si tratta dunque di una nuova forma di “fotorealismo”? Rimandando ad un mio post precedente (Il "rumore del reale": il fotorealismo nell'epoca del digitale), questa volta l’analisi verte sui contenuti. Ai commentatori il compito di approfondire e aprire la discussione.

mercoledì 27 ottobre 2010

Il mestiere della scelta: il fotografo ovvero il "selezionatore"

ph Sandro Bini, Senza Titolo, Sett 2010
Dopo più di dieci anni di onesta carriera come fotografo e docente di fotografia, mi sono convinto che il lavoro del fotografo non sia semplicemente quello di fare fotografie ma soprattuto quello di scegliere e di sceglierle: “il mestiere della scelta”. Già provare a diventare fotografi è una strana scelta per la  sua problematica collocazione sociale, economica, culturale nel panorama contemporaneo. Ma tutto nel lavoro di un fotografo è esercizio e facoltà di scelta. Si sceglie perché, cosa, quando e dove fotografare (ovvero le motivazioni, i temi, i soggetti, i tempi e il luoghi del proprio fare immagini), e l’atto fotografico in se stesso, per citare Dubois, è sempre una drastica selezione e trasposizione dal continum spaziale e temporale del reale. Dallo spazio (potenzialmente infinito) si seleziona un rettangolo, un quadrato, una porzione di campo e la si ritaglia con il mirino; dal flusso temporale continuo congeliamo un preciso istante, “un momento decisivo” e depositiamo il tutto su una superficie, bidimensionale (muta e immobile) di carta o luminosa (schermo). Ma anche dal punto di vista tecnico (dalla scelta della macchina fotografica, alla lunghezza focale dell’obbiettivo, dai tempi ai diaframmi, dal colore al bn, dall’analogico al digitale, dal bilanciamento del bianco, all’jpg o al raw) tutto in fotografia è un esercizio di selezione e di scelta fra opzioni già programmate (Flusser). Tanto che la libertà fotografica non è l’mmaginazione al potere, ma una sorta di libertà controllata, di opzioni fra possibilità date e reali, e questo – attenzione - anche per quanto riguarda la postproduzione: scelta del programma e scelta fra una gamma di strumenti preconfezionati per ottenere un determinato “effetto”. E che dire poi del cosiddetto editing? Che cos’è l’editing se non la scelta, la selezione per l’impaginazione delle fotografie realizzate? Bene tutto questo solo per dire che fotografando esercitiamo le nostre “capacità politiche”, che sono sempre capacità di selezione e di scelta fra opzioni date e reali. Breve e superficiale come sempre. Ai commentatori il compito di riflettere e approfondire.

domenica 3 ottobre 2010

Il "rumore del reale": il fotorealismo nell'epoca del digitale

                    
Sandro Bini, Vipernight (2008)
Non occorrerebbe più scomodare Walker Evans e il suo “stile documentario” per ribadire che il “realismo” in fotografia non è che una convenzione: una questione di stile e di linguaggio. Più interessante sarebbe indagare come si è evoluto il concetto di realismo in fotografia e cosa sia oggi il fotorealismo. Limitandosi al '900 negli anni 30 alcuni fotografi americani  ed europei (fra cui Walker Evans, August Sander) definirono realistico un linguaggio diretto, oggettivo, formale e austero (frontalità, centralità del soggetto, posa, impeccabile resa tecnica e formale) che desse piena "trasparenza" e "oggettività" ai propri soggetti; uno stile, voluto e ricercato, da contrapporre alle estetiche pittorialiste e moderniste allora in auge. A partire dalla seconda metà degli anni 50 e poi a seguire nei due decenni successivi i nuovi street photographer, soprattutto americani (Frank, Winogrand, Friedlander), portarono il fotorealismo nell’ambito della performance fenemenologica  e della istintività del gesto, del comportamento e del linguaggio, indirizzandolo nell’ambito del soggettivamente esperibile e del formalmente destrutturato. Ma oggi in epoca digitale cos’è il fotorealismo? Limitandosi volutamente ed esclusivamente alla “superficie dell’immagine”, senza indagarne i contenuti, cosa appare formalmente più fotorealistica oggi? Un’immagine tecnicamente impeccabile, nitida e patinata o una mossa, leggermente sfuocata, magari desaturata e piena di “rumore”? Insomma se in fotografia anche il realismo è una convenzione, cosa più ci comunica oggi il “rumore del reale”? Le immagini low-fi dei sistemi di videosorveglianza, dei cellulari e delle webcam, o quelle patinate e supernitide, non solo di tanta fotografia di moda e pubblicità, ma anche di reportage?  Mi scuso, anticipando probabili critiche, per la sintesi un po’ semplicistica e la parzialità con cui affranto un argomento così vasto e concettualmente problematico, ma la soglia di attenzione sulle pagine dei Blog come si sa è davvero molto bassa, e ciò che mi propongo davvero in queste pagine è soprattutto buttare sassolini nello stagno: stimolare la discussione e la riflessone e perchè no la critica, in modo da approfondire i temi e moltiplicare le prospettive di analisi, attraverso i vostri apprezzati commenti e contributi.