martedì 11 gennaio 2011

La Fotografia: un grimaldello sociale, un grimaldello culturale

                               ph. Sandro Bini, Lettera al nuovo decennio (Dicembre 2010)

Se qualcuno mi chiedesse qual'è l'aspetto più interessante e più bello del mio lavoro direi sicuramente che è quello di incontrare luoghi e persone, ma sopratutto di farli incontrare fra loro…

Nel corso degli anni ho sempre più pensato e vissuto la fotografia più che come professione come uno strumento di crescita personale. Mi domando infatti tutto ciò che avrei perso se non l’avessi praticata: visioni, luoghi, letture, incontri, amicizie, amori. Se viviamo la fotografia come tutto questo essa rappresenta davvero come diceva Luigi Ghirri “una straordinaria avventura del pensiero e dello sguardo”.

Ma per me è stata di più: è stata un fantastico grimaldello sociale e culturale, capace di aprire e “forzare” nuove porte, nuove conoscenze, capace di condurre a nuovi proficui “incontri” con fotografie, quadri, libri, film, filosofie, nuove discipline, autori ma soprattutto luoghi e persone.

 La fotografia si fa da soli ma ci porta sempre verso l’”altro”. In questo ulteriore paradosso sta forse parte del suo straordinario appeal. Strumento teraupeutico ideale per i timidi, per chi cerca affannosamente una sua identità differenziata si è dimostrata, nella mia esperienza, anche uno straordinario elemento di aggregazione e partecipazione, insomma un modo per rimanere se stessi senza sentirsi troppo soli.

Buone visioni e buon anno a tutti!


6 commenti:

Giuditta Nelli ha detto...

solo da poco tempo, frequento la fotografia con la costanza che le si deve.
la pratico, stenopeica; la esploro e la racconto.
la utilizzo per approfondire, denunciare ed esplorare. in particolare, ne faccio uso per spingere ad abitare poeticamente, heideggerianamente, i luoghi che - d'abitudine - s'attraversano con noncuranza.
la apprezzo per gli incontri che provoca tra me, lo spazio, gli altri sperimentatori, i veri visionari, gli ottimisti.

caro sandro, anche questa volta leggo con piacere le tue binitudini e sorrido. guardo questo tua 'lettera al nuovo decennio" e mi piace l'idea di poterla avere - presto - come immagine di riferimento in un mio progetto.
speriamo questo sia solo il principio di una serie di incontri, tra i miei IMPOSSIBLE SITES dans al rue e la tua Deaphoto.
brindo ai legami, anche temporanei, in fotografia.

angelica@ ha detto...

Ciao Sandro,
Questa volta non ti commento niente, la tua lettera è già così bella che aggiungere parole sarebbe una ripetizione. Complimenti per ciò che dici e per come l’hai scritto. E tanto di cappello a chi come te è riuscito a fare delle proprie passioni la propria professione.
Auguro a tutti un anno di grande ispirazione!!!
Angelica

Festina ha detto...

Le binitudini sono binitudini, non c'è che altro da dire. Nel tuo caso la fotografia è diventata un laboratorio di inconti. L'uso che si fa delle cose le rende speciali oppure mediocri.

Auguri per uno splendido decennio

Sandro Bini ha detto...

Ringrazio le tre amiche che hanno commentanto fin adesso questo mio post... che non si aspettava commenti ma che voleva condividere solo uno "stato di grazia" come sempre provvisorio, ma speriamo benaugurante. Donne che conosco personalmente e stimo e che guarda caso ho incontrato grazie al mio lavoro di divulgatore fotografico. Mi unisco quindi al brindisi di Giuditta, agli auguri di Angelica e Francesca per nuovi legami,ispirazioni, incontri che si possono realizzare grazie anche a una magica scatoletta metallica!

Guendalina ha detto...

Durissimo superare il "blocco da commento", ma come non farlo per questo post così "vicino"? Ti dirò che all'inizio consideravo solo la capacità terapeutica della fotografia: quella "magica scatoletta metallica" ha sempre rappresentato un modo per rendere manifesto qualcosa che a parole non è facile condividere con gli altri...ma negli ultimi mesi ho avuto modo di scoprire che oltre questo è davvero tanto altro, straordinaria occasione di incontrare persone con cui condividere passioni ed esperienze. Ma soprattutto, ho scoperto che quel "paradosso" di cui scrivi, che ci permette di "rimanere se stessi senza sentirsi troppo soli" è forse la cosa più preziosa che la fotografia ci insegna, facendoci davvero aprire agli altri, permettendoci di entrare in relazione con loro e imparando a capire un pochino meglio il loro pensiero, senza però perdere di vista il nostro. È come se ci rendesse più forti e più capaci di guardare dentro a chi ci sta vicino e soprattutto a noi stessi...
Insomma, anche io volentierissimo mi unisco al brindisi ai "nuovi legami,ispirazioni, incontri"!

Chiara Ferrin ha detto...

Come terapia alla timidezza non so ancora se sia efficace. So che per 15 anni ho fotografato come se non ne avessi il diritto. Con l'imbarazzo di chi non si sente all'altezza della situazione e il senso di ridicolo ad ogni scatto. Questo mi è servito in effetti, ha contribuito a insegnarmi a scattare poco (insieme ai pochi soldi per rullini che avevo). Nonostante il mio sentirmi abusiva, ho passato lunghi periodi a fotografare non potendo frenare il mio bisogno, ma facevo "fotografia defilata", e sono diventata un'esperta del genere. Non ne sono ancora fuori, però non mi vergogno più, ho capito di averne il diritto, ma l'imbarazzo e la sensazione di invadenza ci sono ancora, a volte fortissimi. Fotografare il teatro credo mi piaccia anche per questo. Giustifica la mia presenza.
Ma il mio grande amore rimane la strada.