giovedì 20 agosto 2015

La fotografia? Un'opinione. Piccolo manifesto per un relativismo fotografico


Sandro Bini, my opinion,  firenze 2015

Ma insomma dopo tanto dibattere che cos'è la fotografia? Lasciando da parte le questioni tecniche altrettanto spinose, se circoscriviamo il campo all'irrisolto e irrisolvibile problema filosofico (ontologico o fenomenologico che sia) ecco direi che la fotografia è un'opinione, nel senso pirandelliano che ognuno di noi  ad ogni livello e grado quando parla di fotografia fa riferimento, in rapporto alla propria cultura e appartenza, a un orizzonte sentimentale e culturale più o meno precisato e ad un altrettanto più o meno vago reportorio visivo, suffciente però a differenziarlo in maniera più o meno netta da quello di tutti coloro che gli stanno accanto. Capita spesso infatti nei dibattiti on line e non solo che qualsiasi questione posta venga riportata fatalmente e immediatamente in questa bolla soggettiva o di "casta" in cui si dimentica troppo spesso che la fotografia  non è solo quella "come la pensiamo, la facciamo e la vorremmo noi" ma, volenti o nolenti, è anche quella "come la pensano,  la fanno e  la vorrebbero gli altri". E allora apriti cielo! Il  fraintendimento è immediato, la polemica, spesso feroce, in agguato. Il relativismo pirandelliano viene infatti poco praticato da chi più o meno appassionato o dentro le questioni professionali e "artistiche" del medium deve difendere "La Fotografia", che poi non è altro che quella che lui crede che sia o che perlomeno dovrebbe essere. Troppo spesso il fervore proselitista e oserei dire missionario non lascia scampo: gli altri si devono convertire alla nostra fede! E questo fervore ovviamente è tanto più forte quanto è più forte il coinvolgimento professionale e sentimentale. Si pensa subito che qualsiasi opinione estetica o disamina antropologico-sociale del fenomeno fotografico condotta a vario titolo e grado da vari studiosi e intellettuali o da semplici amici, colleghi e conoscenti debba essere per forza preferibilmente indirizzata a "noi", all'aristorazia del fotografico, ai depositari della "fede", a questa elite del resto ampiamente differenziata e divisa in tante parrocchie, unica in grado di legittimare o meno i contenuti delle opinioni espresse. Solo i Fotografi con la F maiuscola hanno diritto di parola e di replica perchè la fotografia loro la "fanno" (anche se sarebbe più corretto dire la prendono) e sopratutto la fanno come si dovrebbe fare... E tutti gli altri che magari a vario titolo e grado la studiano e la analizzano nelle varie pratiche sociali, magari dando voce anche a quelle cosidette meno "nobili", o che quotidianamente scattano, postano e condividono miliardi di fotografie sui social veramente non contano niente? Davvero non hanno diritto di parola? Veramente non influenzano l'opinione pubblica, la produzione, il mercato, la società, la cultura e lo stile fotografico di noi eroi della visione colta e consapevole? Pensiamoci bene (anche guardando al passato) e sopratutto smettiamola di riferire, nel bene e nel male, il tutto-fotografico al nostro piccolo mondo cavalleresco, alla nostra tavola rotonda, non perchè dobbiamo rinunciare alle nostre raffinate pratiche e alle nostre belle idee, ma perchè dobbiamo capire che è importante confrontarsi con rispetto anche con quelle degli altri, comprendere appunto che la fotografia non è "nostra" ma è di tutti coloro che la praticano con ogni mezzo e fine, che la fotografia insomma è "una, nessuna e centomila" e che con l'avvento del digitale e dei social è diventata soprattutto una pratica quotidiana, un flusso continuo di comunicazione, relazione e scambio che interessa non solo una elite di appassionati ma la vita di tutti.  Un ringraziamento a Barbara Silbe per aver dato spunto a questa mia riflessione, in attesa di repliche appassionate!

3 commenti:

piergiorgio corradin ha detto...

Buon giorno Sandro,
grazie per il tuo spunto riflessivo.
Sono un fotografo professionista (che per me vuol soltanto dire che di fotografia ci campo, o almeno ci provo).
Si fa un gran parlare della fotografia al tempo di Facebook e di Instagram, enumerando cifrone da capogiro attraverso le quali si arriva a dire: tutti fanno fotografie o quasi.
Non per questo io però sono interessato all'opinione di questi tutti, quando stiamo a disquisire sulla/della/nella fotografia. Soprattutto perché questa opinione non è misurabile, vuoi perché le "cifrone" imporrebbero un lavoro di indagine fuori dalle possibilità umane (lo possono fare, parzialmente, solo le aziende che si occupano di sfruttare questo fenomeno proprio per il loro diritto al profitto), vuoi perché proprio le persone che danno forma alla "cifrona" molto spesso non si interrogano sul loro produrre immagini: agiscono fotograficamente senza cercare di capire perché fanno le faccine a culo di gallina, o i sorrisini in stile manga giapponese con indice e medio a V, ecc...
Ecco, loro non si interrogano, non cercano di porsi all'interno del dibattito sulla/della/nella fotografia.
Se da una parte non bisogna chiudere il dibattito all'interno della ristretta cerchia degli illuminati, dall'altra secondo me non si può pensare che tutti quelli che oggi producono immagini siano interessati a discutere.
Rimane la domanda a cui non so rispondere: cosa ce ne facciamo della cifrona?
Grazie
Pier

Sandro Bini ha detto...

Grazie Piergiorgio del commento. Con chi non è interessato a discutere discutere è impossibile quindi la questione ovviamente non si pone. Ma ci sono tanti osservatori interessati del fenomeno fotografico contemporaneo che si occupano seriamente di queste questioni e che il più delle volte vengono fraintesi se non snobbati dalla cosidetta elite. Questo a mio modesto parere è miope e controproduttivo. Far finta che il resto dell'universo fotografico non esista perchè tanto stiamo bene fra di noi mi fa tanto pensare alla sabbia e allo struzzo che ci nasconde la sua testolina.

Pietro Collini ha detto...

Tavernello o Bordeaux di Chateau Mouton Rothschild? E' tutto qui, come per il vino c'è chi si accontenta di considerarlo una bevanda alla stregua di una Coca Cola e chi ritiene che valga la pena di spendere delle cifre sostenute per assaporare sfumature e profumi ineguagliabili: un problema puramente culturale.
In fotografia accade la stessa cosa, nel senso che tanti sono felici di fare click e mimare effetti dragan o manipolazioni di landscapes inverosimili o altre cose simili, creando dei deja vu stucchevoli e noiosi, chi invece si dedica alla fotografia con un buon background culturale e riesce a essere innovativo nel senso pieno della parola.
In sostanza oggi ci troviamo di fronte ad una crisi connotativa dell'immagine, a una massculture imperante e appiattente. Certo si può essere felici comunque, anzi è proprio questa fotografia che traina il mercato creando continuamente richieste sia di macchine innovative e ricche di funzioni, che di software semplificatori. Oltre al mercato, questa massa d'immagini ha creato anche un senso comune estetico non sgradevole, ma, ahimè, povero di contenuti.
Poi si può discutere quanto si desidera, tuttavia non si può negare che esistono due piani su cui le immagini scorrono come su binari paralleli e quindi occorre prenderne atto e rassegnarsi alla coabitazione di una fotografia legata alla cultura massificata e di una fotografia certamente di qualità superiore e di rilevante spessore connotativo.