domenica 8 febbraio 2009

Giuoco di ruoli: intenzionalità autoriale e interpretazione critica in fotografia (1a parte)

La mia esperienza di fotografo e studioso di fotografia mi dice che in fotografia l'intenzionalità autoriale, per fortuna o sfortuna, non conta poi così tanto... Conta l’immagine, contano i contesti e le interpretazioni. Ed è questo forse al tempo stesso il suo limite e la sua forza. Credo infatti che la fotografia sia un arte performativa, come il cinema o il teatro, e che quando nessuno la fa o la guarda la fotografia semplicemente non esista.... L'immagine veicola le intenzioni dell'autore solo in parte, in altra parte, come ha scritto Roland Barthes resta "ottusa", "opaca", e per questo aperta ad altre possibili interpretazioni, la cui legittimità è, come dire, sempre legittima (almeno quando non è fatta in malafede). In questo senso la fotografia è frutto di due incontri e relazioni irrisolte. E’ l'incontro da un lato fra una visione e il mondo (e il mondo purtroppo e per fortuna va sempre al di là delle nostre visioni e le nostre intenzioni), dall'altro fra un immagine di quel mondo e le sue infinite possibilità di lettura. In questo senso (come giustamente sottolineato da autori e studiosi ben più illustri del sottoscritto), rivelando scelte, orientamenti, punti di vista sul mondo, ogni tipo immagine è fortemente politica e rivelatrice di una condizione sociale, di una appartenenza o non appartenenza, anche e soprattutto quando non ha intenzione di esserlo, e questo –indipendentemente- nelle due fasi della sua vita: acquisizione e performance, nel suo prodursi e nel suo mostrarsi. A questo punto manifesto il gusto (un po' didattico lo ammetto!) di coinvolgere i miei lettori invitandoli a dare una interpretazione di almeno una delle immagini che presento a commento visivo di questo mio post. Senza aggiungere altre indicazioni se non quelle implicite del contesto in cui appaiono. Nel leggere queste interpretazioni cercherò di ricordare quali fossero le mie cosiddette “intenzioni artistiche” (ammesso e non concesso che ve ne fossero) e soprattutto i contesti di produzione delle immagini, in modo da stabilire un interessante e divertente confronto per chi vorrà partecipare a questo giuoco. Per chi mi conosce da tempo ovviamente il compito sarà un po’ più facile. Ma anticipo che per il sottoscritto tutti i commenti in buona fede saranno ritenuti legittimamente validi e rispettabili. Coraggio!

6 commenti:

LoiZ ha detto...

fotografie di elementi estrapolati dal loro contesto inducono a proiezioni più astratte che sociali. ci chiediamo: "cosa è?" e possiamo valutare le nostre risposte come se fossimo di fronte al Test di Rorschach.
provo a scrivere quello che mi suscita l'osservazione della terza, in una sorta di flusso di coscienza: epidermide, crosta che sigilla ed evidenzia, melanoma, la contesa dello spazio tra malattia e pelle abbronzata (vedo che influisce la mia visita dermatologica di ieri). l'impronta di un cappuccino essiccato, una pozza schiumosa su una superficie difficile da determinare in estensione, il confine frastagliato e mutevole del magma che assume una forma solida, fino alla prossima eruzione. il gusto per il disgusto.

iggaspe ha detto...

Prima immagine:

Parliamo di "soggetto" inquadrato oppure di "oggetto" ritratto?
Chi osserva chi?

Se diamo il ruolo centrale alla storia che c'è dietro all'installazione di una luce stroboscopica su un soffitto di un ambiente estremamente scarno e forse un po' degradato dovremmo sapere qualcosa di più sul "dove" e sul "perché"...potremmo incontrare risposte forse anche banali ma quantomeno oggettive...
(una discoteca abbandonata o anche solo di second'ordine?)

...ma generalmente la fotografia, come l'arte, che non sia puramente figurativa o meglio di documentazione, si pone l'obiettivo di creare una relazione di reciproca osservazione tra chi guarda e chi/cosa è guardato: un qualunque oggetto ci serve come scusa/opportunità per dare una nostra lettura di quel pezzo di mondo o, salendo di livello, di interrogarci sul significato che l'artista ne aveva voluto dare e quindi sul nostro essere in accordo o in disaccordo con tale lettura.

La costruzione dell'immagine (frontalità e centralità dell'oggetto unita alla voluta decontestualizzazione) presupporrebbe una volontà di mettere quella luce al centro degli occhi e del pensiero:
ma il significato?
Da una parte possiamo leggere il ribaltamento di ruoli di una lampada spenta, che da fonte di luce diventa stavolta bersaglio di una luce (forse anch'essa stroboscopica, come molti flash di oggi), oltretutto più piccola e meno potente, ma per una volta, più efficace.

Ma la luce è definitivamente spenta oppure è stata ritratta semplicemente in un momento di "pausa di lavoro"?

Se fossi quella luce mi sentirei gratificato dall'attenzione mostratami o infastidito dall'impudente piccolo flash?

Certa fotografia ha il pregio di ribaltare costantemente il ruolo di soggetto, quello di oggetto e quello di interprete tra chi c'è dietro al mirino, cosa c'è davanti all'obbiettivo e chi è davanti alla stampa...


Samuele Gasperini

Fulvio ha detto...

Ciao Sandro,
mi trovo a condividere molto del tuo pensiero e quindi partecipo volentieri al tuo "test didattico" :-)

La prima fotografia ci restituisce un faretto alogeno spento, forse manca addirittura il filamento ma non vedo bene, illuminato da una flashata diretta. Mi ricorda cose del giovane Stephen Shore. Direi che il senso sia di illuminare un oggetto che dovrebbe a sua volta illuminare invece di essere illuminato. Quasi un ossimoro visivo.

La seconda fotografia isola un dettaglio centrale visto in pianta di quei divani moderni che farebbero la gioia del ragionier Fantozzi. Sono oggetti di design componibili, nella fotografia sono quattro, e formano, se visti così una sorta di parte centrale di un fiore. In questo caso, sarebbe una metafora, però debole, perché, a mio parere, già prevista dal designer in fase di progetto.

L'ultima pare una ruggine, ma non ci sono indicazioni di scala, potrebbe essere una grande corrosione di un pavimento come una piccola macchia. Direi che l'assenza di una dimensione certa unita alla monocromia rossa della superficie esterna vuole suggerire un'altra metafora: quella dell'isola.

Un caro saluto Sandro e alla prossima.

Fulvio

sara severini ha detto...

per me questi scatti appartengono ad un fotografare che si colloca circa a metà strada fra l'istantaneo e il contemplativo; i soggetti delle immagini, incontrati per caso, esercitano immediatamente un potere attrattivo e rivelatore, il fotografo vi sente risuonare qualcosa di intimo, che spesso resta indefinito, e scatta. Si appropria così del segno
di una realtà che già possiede.
(fine I parte..)

sara severini ha detto...

(seconda parte)
queste tre immagini mi rimandano in sequenza: vuoto-svuotamento; pieno-riempimento; il resto-la traccia che rimane, sia come presenza che prima non c'era sia come ferita inferta.

Cristian Bonanomi ha detto...

Dopo 5 anni probabilmente non ha senso, però devo dire che vedo le immagini come sequenza più che come scatti a se.
3 soggetti centrali che formano un mini-portfolio, di cui la forma è il tema dominante. Devo poi dire che verde-bianco-rosso richiama la bandiera italiana.